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Raccontava Alfredo Bortoluzzi che la carta fu il primo materiale con il quale venne a contatto nel laboratorio tecnico sperimentale del Bauhaus, a Dessau, diretto da Joseph Albers. Gli fu chiesto di toccare un foglio di carta, poi di ricavarne manualmente delle striscioline, poi accartocciarlo per renderlo tridimensionale, piegarlo uno o più volte per valutarne la resistenza, arrotolarlo, srotolarlo e cosi via. Toccare un foglio, saggiarne la ruvidezza, magari ad occhi chiusi, come in precedenza chiedeva Johannes Itten, introduceva ai valori tattilo-visivi dei materiali, al diverso scivolare su di essi della luce, alle tessiture cromatiche, mentre la piegatura del foglio, con la trasformazione della superficie in volume metteva in grado lo studente di approfondire, a partire dalla carta, le caratteristiche fisiche e morfostrutturali dei materiali e il loro rapporto con lo spazio circostante. Ma la carta, già negli anni del Bauhaus, non era solo mezzo didattico eccezionale. Le avanguardie artistiche del primo Novecento ne avevano introdotto l’uso, con altri materiali, accanto ed oltre i medium tradizionali dell’arte, nei loro collage, i papier collé, e negli “assemblaggi polimaterici”.

E soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, tuttavia, che questi materiali “altri”, naturali o artificiali, troveranno una più larga adozione da parte degli artisti, fino a toccare l’acme negli Anni Sessanta con l’arte povera, dove però i “materiali” che concorrono alla realizzazione dell’opera sono ridotti ad archetipi o subordinati all’evento complessivo o ristretti alla dimensione concettuale, che, come è noto, porterà ad una progressiva dematerializzazione dell’opera stessa (v, Lucy Lippard). Ebbene, i materiali “a base cellulosica”, pur rientrando a pieno titolo tra quelli che hanno consentito agli artisti il rinnovamento del linguaggio artistico contemporaneo, non sconfinano “nella totale de-materializzazione dell’oggetto artistico”.

“Nell’uso scultoreo-installativo di questi leggeri e sottili materiali dalle molteplici possibilita, derivanti dalla duttile maneggevolezza e docile configurabilità volumetrico spaziale – scrive Alessandra Acocella (Sculture leggere. Carta e cartone nell’arte italiana contemporanea, in Paper Design, 2015,p.174 sg.) – si legge la volontà di riappropriarsi in maniera creativa, sperimentale, di elementi d’uso quotidiano, tanto semplici quanto familiari, modificandone e rimettendone in gioco assetti fisici, funzioni e valori”.

Se è vero che la condizione dell’arte contemporanea è che essa “si può fare con tutto” (Angela Vettese), dunque anche con carta e derivati, è anche vero che con la carta tutto si può fare, ossia che tutte le declinazioni dell’arte contemporanea vi possono trovare espressione, e quelli che possono sembrare limiti, come la fragilità e la leggerezza sono invece la forza del medium. Ecco, con la carta la pratica artistica e la manipolazione del mezzo (fin dalla sua nascita, a volte: carta fatta a mano) diventano essenziali.

Paradossalmente, nel momento in cui viene progressivamente soppiantata da altri media nei suoi usi più comuni e tradizionali (carta da lettera, libro, giornali…), la carta si prende la sua rivincita. Rispetto al digitale, per esempio. E-book? No grazie: Libro, anzi, Libro d’artista… Nella condizione postmediale la carta (il termine va inteso in senso ampio) e tutti gli altri elementi naturali che consentono intrecci ed elaborazioni di fibre sono ancora in grado di farsi carico delle suggestioni, delle emozioni, dei progetti, delle indicazioni estetiche e di senso in essi impressi dell’artista. E’ il trionfo della fisicità dell’oggetto, dei valori tattili, sul virtuale.

Siamo di fronte ad una “poetica dell’oggetto” di tipo nuovo, che non fa riferimento alla riproposizione di oggetti tali e quali, magari “vissuti”, ma ad oggetti che costituiscono l’esito del fare artistico. Paper as Art, verrebbe da dire con Melanie Johanson, curatrice dell’omonima mostra al Cornell Museum di Delray Beach (Florida), rispondendo alla concezione di Kosuth di un’arte affrancata totalmente dal mezzo: Ars as Idea as Idea. In realtà, al di la della dialettica del dibattito, tuttora in corso, ciò che veramente si può dire, e questa Settima edizione di Tracarte ne è la riprova, è che tutte le possibilità, plastiche, tattili, visive, concettuali, semantiche, e tutte le contaminazioni possibili, entrano in campo nella realizzazione di opere in carta, con procedimenti e risultati sempre unici, come unica è la creatività che ne è alla base, quella che assicura al medium le metamorfosi più ardite e appropriate.

Gaetano Cristino